venerdì 19 aprile 2013


"Era una notte buia e tempestosa..."




"Peanuts" fu pubblicato dal 2 ottobre 1950 al 13 febbraio 2000 (il giorno dopo la morte dell'autore), quasi ininterrottamente.


I personaggi li conosciamo un po´ tutti: Charlie Brown (in parte ispirato allo stesso Schulz), Sally, Lucy, Linus, Shroeder,Macie, ecc. E poi ovviamente c´è Snoopy: nelle prime strisce era un semplice cane i cui pensieri non erano esplicitamente indicati, ma ben presto si impose come protagonista e icona stessa del fumetto.

 
Come dimenticare i suoi famosi romanzi?
 

 
 
 
Tra tutti, Lucy Van Pelt è quella che mi somiglia di più: permalosa e femminista... continua così, ragazza!
 
 
 
Ormai le strisce possono essere lette, in italiano o in inglese, su numerosissimi siti internet. Io voglio segnalarvene in particolar modo uno, GoComics, che invia, iscrivendosi a una sorta di newsletter, ogni giorno via e-mail una striscia; per me, che vi sono iscritta da vari anni, è la mia dose quotidiana di buon´umore. Vi segnalo inoltre anche "I Peanuts siamo noi" su Facebook: vi troverete non solo vignette ma anche molte curiosità sull´argomento. 

 
Nell´ultima striscia pubblicata, Charles Monroe Schulz affida il suo addio ai lettori allo stesso Snoopy, seduto alla sua macchina da scrivere.
 

 (S.)

giovedì 18 aprile 2013


Tanto di capello




Non so voi, ma io amo i miei capelli. Lo ammetto. 
Ho la fortuna di averli lisci (a volte penso anche troppo), con vari riflessi naturali, quindi vedo il parrucchiere due o tre volte l’anno solo per il taglio. Ogni volta provo uno scalato diverso e solo una volta ho avuto il coraggio di tentare una sorta di caschetto, di cui, ahimè, a volte ancora mi pento! Ogni volta spero che sia lo scalato giusto: lo sogno favoloso, vaporoso, come quelli che vedo nelle foto dal coiffeur  o sulle riviste, ma per quanto possa poi piacermi, il risultato non è mai lo stesso! Forse il problema è la differenza tra me e le modelle… chissà!

Certo è che quando andiamo dal parrucchiere a tagliare, colorare, piegare, strapazzare i nostri capelli è perché abbiamo delle idee ben chiare in testa! Che sia solo per motivi psicologici o estetici, sappiamo a chi vorremmo somigliare, abbiamo già in mente un modello. E’ innegabile che da anni lo star-system influenza le nostre scelte nel look in senso ampio.
Negli anni ’20 e ’30 sono Greta Garbo e la bionda Marlene Dietrich ad influenzare le donne, con capelli sempre perfetti,  con onde morbide e composte con il classico ciuffo modellato di lato.
Marlene Dietrich
Greta Garbo













Negli anni ’50 è Audrey Hepburn con il film “Sabrina” (quanto lo amo!) a dettare epoca con il suo taglio cortissimo "col ricciolo" , quasi un segnale di ribellione contro i capelli lunghi imposti alle donne dalla morale dell'epoca.

Negli anni ’60 il taglio è ancora corto, ma si fa vaporoso e cotonato, bon-ton come Jacqueline Kennedy, con mezza coda gonfia stile Brigitte Bardot o cortissimo alla “maschietta” come la nostra Mina.    
Jackie Kennedy, Brigitte Bardot e Mina.

Nel ’70 tornano i capelli lunghi. C’è ancora volume e tanto scalato e tutte vorrebbero i capelli della magnifica e indimenticata Charlie’s Angel  Farrah Fawcett!

Gli ’80 sono rock, c’è poco da fare! Il look si fa grintoso, selvaggio e indomabile.
Tina Turner e Cher

Nei ’90 i capelli tornano lisci e stavolta il taglio più richiesto dalle donne è qualunque sia quello che porti Jennifer Aniston…

E oggi? Beh… sembra proprio che sia ricominciato tutto da capo, o quasi! Pare che l’ultimo taglio di capelli sfoggiato da Anne Hathaway agli Oscar abbia colpito molto noi femminucce e sia tornato lo stile Audrey Hepburn. 


(M.)

P.S.: Perfino Alanis Morisette nel video di "Everything" decide di darci un taglio... 




mercoledì 17 aprile 2013


Bauhaus, una parola, più significati.

Risalgono a diversi anni fa il mio amore e la mia curiosità per la “Bauhaus”. Scoprii questo “movimento” , sebbene specifico che di movimento in senso semplicistico non si possa parlare, in occasione di un esame di disegno industriale (comunemente conosciuto come “design”) che sostenni quando mi trovavo al corso di Scienze della Comunicazione. Il nome completo era “Staatliche Bauhaus”, era una scuola di architettura, design, ed arte che nacque in Germania e che operò a Weimar, Dessau ed a Berlino. Il termine dato alla scuola  fu ideato da Walter Gropius perché richiamava la Bauhutte (la loggia dei muratori nel periodo medievale). Ma ho introdotto l’argomento utilizzando il termine “movimento”, perché? Perché si può dire che la scuola ben presto impersonò un punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti di avanguardia e di innovazione che operarono nel campo del design e dell’architettura. La scuola tedesca non studiava solo la pittura, la scultura e l’architettura, ma anche discipline quali la tipografia, il design, le tradizioni artigianali e la fotografia. Le opere prodotte dalla scuola erano caratterizzate dall’assenza di aggiunte ornamentali, così da sottolineare le proprietà dei materiali utilizzati. Scopo fondamentale di tali opere era l’equilibrio tra aspetti funzionali, tecnici ed artistici. Con la nascita dell'industria, che produce in serie, mediante macchinari, e fornisce prodotti funzionali allo scopo prefissato, vengono meno i problemi di natura estetica, e si segna la decadenza dell'artigianato. Si contrappone, così, ciò che è “utile” a ciò che è “bello”. L'idea di riscattare l'oggetto d'uso dall'appiattimento della produzionein serie è interesse della Bauhaus. Lo stile innovativo del Design Bauhaus, fondeva la purezza della forma con l'evidenza della funzione. I suoi mobili e suoi complementi di arredo, realizzati tutti con il tipico Design Bauhaus, nacquero dal genio di grandi architetti del Movimento Bauhaus che mirarono a creare un’ unità culturale per superare l' antagonismo tra artista ed artigiano, nel momento in cui sorgevano un’estetica industriale e un linguaggio formale collettivo. La scuola democratica Bauhaus fu fondata sul principio della collaborazione reciproca tra maestri e allievi proponendo una "sintesi" tra arte, artigianato e industria: realizzare prodotti di Design Bauhaus funzionali e allo stesso tempo di elevato valore estetico per la società di massa. Alla Bauhaus insegnarono, direttamente o attraverso le pubblicazioni edite dalla stessa Bauhaus, grandi professionisti come pittori, scultori e scenografi; tra i protagonisti del Design Bauhaus si possono annoverare designer del calibro di Paul Klee, Johannes Itten, Piet Mondrian, Oskar Schlemmer, Vassilij Kandinsky, Lyonel Feininger, Mies van der Rohe, Josef Albers e Marcel Breuer. La mia, ovviamente, è solo una leggera introduzione a questa scuola, per approfondirla e studiarla ci sono i libri di storia dell’arte. Chi, invece, adorasse viaggiare può sempre farsi un giretto al Museo sito in Berlino che raccoglie documenti, articoli, e progetti relativi alla scuola. 

Bauhaus design. Lampada.

Sedia "Barcelona" di Mies van der Rohe

Tipografia Bauhaus.


Sembra strano come un giochetto scoperto tra le innumerevoli “app” a disposizione gratis su un cellulare possa farti conoscere “un nuovo mondo”. Ebbene, giocando giocando, ho scoperto che Bauhaus è anche il nome che è stato scelto da un gruppo inglese del genere post-punk-gothic rock formatosi nel 1978. Il loro nome iniziale era “Bauhaus 1919” e fu preso proprio dalla famosa scuola d’arte tedesca. Negli anni Settanta il genere gotico era di personaggi quali David Bowie o Ian Curtis (dei Joy Division). Ma i Bauhaus iniziarono così, il loro primo successo fu “Bela Lugos’s dead” singolo dedicato propriamente al vampiro Dracula interpretato dall’omonimo attore. La copertina del cd rappresentava l’attore stesso con le ali da pipistrello. La canzone dura ben nove minuti. In breve divenne un successo e venne esportata nelle discoteche underground assieme a quello stile cupo, caratterizzato dalla primazia del nero, di cui si facevano icone i componenti del gruppo. La canzone che ho scelto per accompagnarvi in questo viaggio un po’ artistico, un po’ musicale è “Passion of Lovers”. (A.)

Bauhaus, band gothic-rock.

martedì 16 aprile 2013


It's just an illusion!



Un vecchio proverbio dice: “chi nasce tondo non può morire quadrato”, affermando che se una persona o un qualcosa è fatta in un certo modo dalla nascita non può certo nel tempo cambiare la sua essenza più di tanto. Si può dire lo stesso per ciò che appare? Ciò che vediamo è effettivamente fatto come sembra? Del resto tutto ciò che l’occhio percepisce dipende da come la luce ne colpisce la superficie. Può quindi un cerchio apparire quadrato? Può un triangolo apparire cerchio? Pare proprio di sì!

© The Diet Wiegman Archive
© The Diet Wiegman Archive

Lo dimostra l’artista olandese Diet Wiegman, già pittore e scultore, che ha tratto ispirazione per alcune sue opere proprio dalla luce. A primo impatto sembrano nient’altro che sculture di arte moderna create assemblando in vario modo scarti di metallo, legno, vetro e altri materiali. In realtà la loro posizione ne è stata attentamente studiata affinchè una luce diretta, orientata in un certo modo, li colpisse proiettando ombre raffiguranti opere famose, personaggi o altre figure che l’occhio mai avrebbe potuto scorgere osservando semplicemente la materia.


La Venere di Milo, 1985 - © The Diet Wiegman Archive
Dialogue between two chairs, 1993 - © The Diet Wiegman Archive
E' interessante questo video che mostra come la scultura proietti ombre completamente diverse a seconda della provenienza della luce, fino a diventare... guardate un po' voi:





Verrebbe da dire che ancora una volta l’arte porta ad insegnamenti di vita, le cose non sempre sono ciò che appaiono





(M.)



lunedì 15 aprile 2013


La “petite veste noir”


Avevo forse circa otto anni, quando in occasione di un compito di disegno a scuola assegnatomi mi impegnai con massima attenzione nel ritrarre la mia insegnante di inglese che indossava una giacca. La cosa può suonare alquanto strana, ma se si frequentano le elementari in una scuola di suore, allora è chiaro che salta più facilmente all’occhio un capo di abbigliamento “normale”, e allo stesso tempo, almeno per me affascinante. Ricordo che cercai di inserire al meglio tutti i particolari, le rifiniture, i taschini, i bottoni. Ero una bambina ma ero già stata conquistata dal fascino della giacca femminile. Coco Chanel disegnò la piccola giacca nera da donna nel lontano 1950. Perfetta, comoda, disegnata per una donna in movimento, perché come amava ripetere la Mademoiselle “L’eleganza di un abito è nella libertà di muoversi”. Ci sono capi d’abbigliamento che una volta creati diventano il passepartout che attraversa generazioni. Quella giacca nera è cosi diventata realizzazione dei desideri di tantissime donne e punto di riferimento dell’abbigliamento femminile che resiste oltre le mode. Eppure, l’idea era semplice ma nello stesso tempo rivoluzionaria. Si tratta di una giacca nera, corta appena sotto i fianchi, dritta, che avvolge la vita della donna senza sottolinearne i difetti. Sta bene alle alte, alle basse, alle grassottelle e alle magre. La sua vestibilità va oltre le forme, vi si adatta e le esalta. Non c’è un’età di riferimento per indossarla: sta bene alla donna giovane così come a quella in età avanzata. Può essere sportiva, se indossata su un outfit informale, o elegante se proposta ad esempio su di un tubino nero. Insomma, in un guardaroba che si rispetti bisogna averne per forza una. E’ stata replicata dalla Maison in tutte le versioni stagionali, e tutti i marchi di moda l’hanno imitata. Quattro tasche sul davanti, due all’altezza del seno e due quasi sull’orlo, una bordatura di passamaneria(a volte resa preziosa da bottoni gioiello o nastro dorati) et voilà, il gioco è fatto. Salita sulla passerella nel 1954 non è ancora scesa. Entrata negli armadi nello stesso anno, non è ancora uscita. Coco si ispirò alle giacche tirolesi maschili indossate dallo staff di un albergo austriaco. L’esposizione “The Little Black Jacket” alla Rotonda di Milano da sabato 6 aprile al 20 aprile la celebra attraverso gli scatti dei vip. La mostra ha già toccato grandi capitali della moda quali Tokyo, Berlino, New York, Londra e Parigi. Sono fotografie in bianco e nero stampate su carta patinata che mirano ad esaltare il capo realizzato dalla famosa Maison. I fotografi sono Karl Lagerfeld e Carine Roitfeld, mentre alcune delle celebrities immortalate sono:Sarah Jessica Parker, Yoko Ono, Uma Thurman, Vanessa Paradis, Anna Wintour, Roberto Bolle, Jane Birkin, Milla Jovovich ecc. La canzone scelta per accompagnare questo viaggio è dei Garbage: Androgyny. (A.)
Laetitia Casta.

Uma Thurman.


domenica 14 aprile 2013


Metti che una mattina da Tiffany...

 
Le perle sono apprezzate per la loro bellezza e rarità da più di 4000 anni: erano ricercatissime già nell’antica Cina e in Egitto. Una leggenda dice che, per dimostrare la sua ricchezza a Marco Antonio, Cleopatra sciolse un’enorme perla in una brocca d’aceto. 
Il mercato delle perle coltivate ha superato ormai di gran lunga quello delle perle naturali, sempre più difficili da trovare e, quindi, costose. Acquistare oggi un filo di perle significa quasi sicuramente acquistare perle coltivate. Ma si fa presto a dire “filo di perle”! Ne esistono di tantissimi tipi, da scegliere principalmente in base a età e uso.
 
 
Partiamo dalle lunghezze:
Bib: composto da vari fili di perle di lunghezze diverse.
Collare: costituito da molteplici fili di perle a “collare” intorno al collo, molto popolare durante l'epoca vittoriana; lungo 30-33 cm.
Girocollo: simile al collare, ma è portato alla base del collo ed è lungo tra i 35 e i 40 centimetri.
Princess: la lunghezza "classica", si trova leggermente al di sotto del collo, è una collana versatile, che può essere indossata con molti stili diversi di scollatura, ed è lunga  intorno ai 45 centimetri.
Matinée: indossato per occasioni semi-formali; va dai 50 ai 60 centimetri di lunghezza.
Opera: il “filo lungo”, indossato di sera per occasioni formali, a doppio giro o annodato, fa  subito “anni ‘20” (o “albero di Natale”, fate attenzione); si aggira tra i 75 e i 90 centimetri di lunghezza.
Corda: questo è il più lungo di tutti, indossabile anch’esso a doppio giro o annodato, a volte è dotato di fermagli che permettono di suddividerlo in fili più corti; supera i 90 centimetri di lunghezza.
Bib, perle da 4-5mm
Matinée, perle da 9-10mm
Princess, perle da 7-8mm
Princess, perle da 5-6mm
Il diametro delle perle, invece, andrebbe tradizionalmente scelto in base all’età o come status symbol:
5.5-6.5 mm: adatto alle più giovani, dalle adolescenti alle ventenni.
6.5-8.0 mm: indossate tra i 25 e i 35 anni.
8.0-9.0 mm: via libera tra i 35 e i 45 anni; al di sopra degli 8.5mm diventano molto preziose e vengono quindi adoperate per comunicare una certa agiatezza economica (stiamo sempre parlando del “filo”, non di una perla isolata).
>9.0 mm: estremamente rare e costose, vengono indossate solo dalle donne più ricche o “mature”… o per una colazione da Tiffany!



Perle graduate
Le perle usate per la collana possono essere tutte della stessa misura o “graduate” (con una grande al centro e via via decrescendo verso gli estremi). In ogni caso, qualunque stile preferiate, trovo che il filo di perle sia un must have che dovrebbe essere nel portagioie di qualunque donna: non si può mai sapere!
(S.)

sabato 13 aprile 2013


50 anni di un'icona: Eva Kant


Quante di noi avranno sognato ad occhi aperti di poter essere Eva Kant, possedere la sua bellezza e, magari, la sua vita spericolata accanto al suo eterno compagno Diabolik?
Ebbene questa figura che anche i meno appassionati di fumetto hanno imparato a conoscere ha compiuto ben 50 anni!
Tutto è iniziato nei lontani anni ’60, precisamente nel marzo 1963. Diabolik già esisteva e le sue creatrici decisero che era tempo che qualcuno lo affiancasse. Un personaggio che non lo mettesse nell’ombra, ma che possedesse altrettanto carattere e potenziale da creare quasi un rapporto alla pari. Per fare ciò Angela e Luciana Giussani crearono Lei, uno degli esempi di femminilità e femminismo per eccellenza nel mondo dei “disegni”, mescolando un po’ del carattere di ognuna e l’eleganza di Grace Kelly. Del resto, al mondo del cinema si erano già ispirate quando immaginarono Diabolik con il fascino dell’attore Robert Taylor ed il fisico di Johnny Weissmuller, e lo faranno ancora riprendendo i baci che si scambiavano Vivien Leigh e Clark Gable in “Via col vento”.

Eppure, non c’è solo cinema in questo “fumetto” (scusate, sarà la passione, ma chiamarlo così mi par quasi riduttivo). C’è Storia. Siamo, infatti, negli anni ’60; Eva si pone come una donna forte, al pari del suo uomo, con cui non è sposata, convive e di cui è complice nei crimini. Direi che è una certa provocazione per l’Italia del tempo! Per questo motivo alcuni numeri del fumetto furono persino sequestrati, per immagini del personaggio in bikini o per allusioni circa la loro vita di coppia (in una scena finale, i due protagonisti si avviavano mano nella mano verso un letto ritratto sullo sfondo).

Con la sua tuta nera ed il suo chignon Eva Kant è certamente diventata anche un’icona di stile. Ecco dunque qualche proposta "total black" per sentirsi un po’ “pantera” come lei… ma mi raccomando, non mi diventate ladre! 

Grace Kelly e James Stuart nel film "La finestra sul cortile".

Kate Moss in total black con soprabito animalier.



Per concludere, l'immancabile canzone...




(M.)

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